Vacanza

Potrò prendermeli pure io 15 giorni di pausa dalle attività pubbliche?

Anzi, anche di più..

Ci si rivede a metà gennaio!

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Dopo la guerra preventiva

Ecco la nuova idea del ministro Maroni: la censura preventiva. Per chi si fosse appena svegliato dal coma, stiamo per raggiungere i livelli di democrazia della Cina. Niente di nuovo sia chiaro, purtroppo questa è solo l’ennesima delle trovate.

Giovedì il cdm (consiglio dei ministri, ma al posto della m ci va bene un po’ di tutto), si troverà per discutere nuove regole per quanto riguarda internet. Non so se mi spiego: stiamo parlando del web, che è forse il simbolo della libertà dei tempi moderni. Che tra l’altro in Italia è ormai uno dei pochi modi per informarsi veramente. Ah, adesso capisco…

Fa già abbastanza incazzare di per sè il fatto che ci sia qualcuno che decide cosa l’individuo debba vedere o non vedere, invece che l’individuo stesso. Succede in tv e sui giornali, speravo che almeno internet fosse lasciato in pace. Ma non solo! Quelli che decidono non hanno la minima idea di cosa stanno parlando, non me li vedo passare le ore su internet.

L’idea è quella di inasprire le norme già esistenti, un concetto che, per chi è stato attento, è stato usato molto spesso ultimamente.
E’ una tattica collaudata e che funziona! Il legislatore di turno fa credere alla gente che i cambiamenti che sta portando sono rivoluzionari, quando in realtà non lo sono per niente. Le leggi per combattere i crimini informatici esistono già da un bel pezzo! Qui si tratta di censura, non di sicurezza!

Mettendo un filtro ad internet si sta mandando un chiaro segnale: tu, utente, non sei in grado di capire quali sono le cavolate e quali sono le cose serie, allora io, potere , faccio prima a toglierti tutto. Siamo alla negazione dell’esercizio della nostra intelligenza!! Perchè bisogna essere intelligenti per usare internet come si deve. Non è mica una cosa da poco ragazzi!

E lasciamo stare il fatto che credo sia inconcepibile pensare che dei gruppi di facebook siano rappresentativi del volere degli Italiani, altrimenti oltre a Berlusconi sarebbero in pericolo di vita anche il 90% dei politici e il gattino Virgola. Perchè a lui non ci pensa nessuno?? Propongo di cancellare tutti i siti che ne parlano male, ed eliminare per sempre tutti quelli che si sono iscritti.

Età media dei ministri: 52,5 anni (con Meloni-Carfagna-Gelmini che la abbassano notevolmente). Età media degli utenti di facebook: 26,8 anni.

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Il più amato dagli Italiani

Giusto per mettere la parola fine a questa storia dell’aggressione a Berlusconi, tra le tante cavolate che si sentono da una parte e dall’altra, ecco un’analisi lucida dell’avvenimento e le sue conseguenze per noi poveri Italiani.

Prendete nota del discorso sull’odio/amore. Veramente, meno male che c’è Travaglio, sennò a sentire certi commenti o reazioni (da parte di politici, giornalisti e cittadini) vien voglia di emigrare all’estero. Ops..

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Sono Italiano e ho la pelle nera

Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell’aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell’Italia del 2009?

Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d’identità, che il funzionario senza neppure dare un’occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un’occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d’identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.
“Mi ha dato la sua carta d’identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?”.
“Come hai fatto ad avere la carta d’identità, se non hai un permesso di soggiorno… ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l’italiano?”. “Non ho il permesso di soggiorno”, mi limitai a rispondere.
Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato “cittadino italiano” ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza.

Perché non leggete cosa c’è scritto sul documento?”, suggerii. Attimo di sorpresa ma…. finalmente mi diedero del lei. “Lei è cittadino italiano? Perché non l’ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario…”.

L’obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: “Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano”. Oppure, con un sorriso: “Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario”.

Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell’auto. D’istinto ho risposto: “Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri”. E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.

In un’altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E’ scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all’ora di punta. Un’altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: “Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina”. “Non è un ladro, è il mio compagno”, si è sentita rispondere.

Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All’inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell’atrio: “Buongiorno!” o “Buona sera!”. Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: “Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!”. “Chi ti ha fatto entrare?”.

Nel settembre di quest’anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l’arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l’altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: “Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla… maleducato”. Facevo notare all’anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: “Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra… feccia del mondo. La pagherete prima o poi”.

Qualche settimana fa all’aeroporto di Linate sono entrato in un’edicola per comprare un giornale. C’era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un’altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l’uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: “Quell’uomo di colore ha pagato il giornale?”. La cassiera ha risposto urlando: “Sì l’uomo di colore ha pagato!”. Tornato indietro gli dico: “Non c’é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo”. “Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?”. Cercava di intimidirmi. “Un razzista!” gli dico. “Sì, sono un razzista. Stia molto attento!”. “Lei è un cretino”, ho replicato.

Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di “pregiudizi al contrario”, spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una “formula” fissa ma molto efficace: “Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni…”.

Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un “extracomunitario” nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti.

Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: “Questo extracomunitario si comporta da prepotente!”.

Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro.

Dopotutto, ho l’impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. “Noi non siamo abituati!”, ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E’ un alibi che non regge più dopo trent’anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane.

Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell’Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.

Pap Khouma

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Minchiate



Passaparola del 7 Dicembre.

Penso che non sia troppo oneroso passare mezz’ora della propria settimana ad ascoltare quest’uomo, no?

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Fini, un buon rapporto con magistrati e microfoni

Fini e BerlusconiFini ne ha combinata un’altra delle sue. Non sapendo che i microfoni erano aperti si è lasciato andare a qualche considerazione personale sulla leadership di Berlusconi e le dichiarazioni del pentito mafioso Spatuzza che lega il Cavaliere e Dell’Utri alle stragi del 93. “Minchiate”, come ha detto quest’ultimo a proposito del caso.

Si possono rimproverare tante cose a Fini, si può condividere o non condividere il suo passato o le sue posizioni in merito a certe questioni, sta di fatto che all’interno della maggioranza è l’unico che parla apertamente schierandosi in difesa delle istituzioni. Negli scorsi tempi abbiamo assistito ad un accanimento da parte del Presidente del Consiglio e i suoi contro qualsiasi forma di autorità che non sia egli stesso: la Corte Costituzionale, il Capo dello Stato, i Magistrati ecc.  Mancano solo più il Papa e le Nazioni Unite.
L’opposizione protesta e abbaia, ma l’unico che è riuscito veramente a farlo incazzare è stato Gianfranco. O forse no?

E’ chiaro che vuole la mia morte politica, ma non capisco dove pensa di andare se tutti i suoi uomini sono passati con me. Gli sono rimasti solo quattro gatti. E non dimentichi chi ce l’ha messo nel posto dove sta.

Fini elenca i problemi del Pdl, ma dimentica di elencare se stesso, perché con le sue prese di posizione diventa lui il problema del Pdl.

Se fosse possibile sfiduciarlo, proporrei io stesso la mozione.

Di fatto ormai è fuori dal Pdl, ci si è messo da solo.

Se ha dubbi morali su di me, si accomodi pure alla porta.

Non c’è nessuna competizione con nessuno. Non ho mai detto né di volerlo sfiduciare né di non avere più intenzione di parlargli. Vorrei solo approfittare dell’occasione per dire che sono dispiaciuto che i giornali continuino ad attribuirmi espressioni e parole che io non solo non mi sono mai sognato di dire ma che non ho neppure pensato.

Ah!!! Avevamo capito male anche stavolta! Stampa comunista!

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Simone Perotti presenta “Adesso Basta” alla London School of Economics

adesso basta

La prima cosa di cui Simone Perotti vuole parlare è il successo inaspettato del suo ultimo libro: “Adesso basta. Lasciare il lavoro e cambiare vita”, ed. Chiarelettere. Gli crediamo quando dice che secondo lui la chiave di tutto può essere nell’espressione ‘cambiare vita’. Sono evidentemente in tanti quelli della generazione dei quarantenni che si identificano con l’autore, che sono in cerca di cambiamenti radicali, o che semplicemente li sognano. E molti li sognano male.

L’intervento, durato più di un’ora davanti a un gruppo molto eterogeneo di studenti della LSE, inizia con l’inquadramento storico della generazione di cui fa parte Simone. La generazione dimenticata, tra “quelli del 68″ e “quelli dei mille euro”. Agli adolescenti mancavano gli ideali e le passioni degli anni 60, ideali e passioni che non importa siano giusti o sbagliati, condivisibili o meno, eterni o passeggeri, averli avuti (o non averli avuti) è ciò che fa la differenza. Crescevano vivendo ciò che i loro fratelli maggiori avevano guadagnato e teorizzato, senza dover fare nessuno sforzo per averlo, circondati dalle aspettative della società. Scuola, università, buoni voti, lavoro, soldi.

Dopo quasi vent’anni di esperienza lavorativa tra consultancy e advertisement, con una carriera invidiabile, arriva qualcosa, una sensazione strana. Di quelle che ti prendono nel modo più inatteso possibile. In coda in tangenziale fuori Roma, il caldo e la cravatta troppo stretta, in un giorno come mille altri, Simone si è guardato da fuori e non si è piaciuto per niente. Da quel momento incominciano i cambiamenti radicali che l’hanno portato a dedicarsi a ciò che gli piaceva veramente, la scrittura e le barche a vela, guadagnando poco e spendendo meno. Ma vivendo da uomo libero.

La sua analisi del sistema, dei grandi ideali, del significato di Libertà è affascinante. Il tono è critico-costruttivo verso tutti quelli che fanno parte del sistema, in primis se stesso e i suoi coetanei. Poi la politica, il mondo del lavoro, le idee dell’apparire e del circondarsi di oggetti. Senza mai sfociare nel qualunquismo.

Molto divertente ed esemplificativo il racconto dei “discorsi da Happy Hour”, l’ora d’aria dei tempi moderni. Quante volte capita di sentire le lamentele di quelli che dicono: “Non ce la faccio più, vado su un’isola deserta” e cose di questo genere. A ragionarci su, chi dice così è ormai un caso senza speranze. Non solo fa parte degli insoddisfatti, ma di un sottogruppo ancora peggiore, gli insoddisfatti che non sono più capaci di sognare. E allora la sparano grossa o, per esprimere meglio il concetto, dicono cazzate, non sapendo più cosa vorrebbero fare sul serio, prima di tornare alla solita routine quotidiana, quando l’ora d’aria finisce.

Il pubblico è stato entusiasta, e le domande sarebbero andate avanti ancora per ore.

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Figlio mio, lascia questo paese

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.


Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

L’autore, Pier Luigi Celli, è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli.
(30 novembre 2009)


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