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Simone Perotti presenta “Adesso Basta” alla London School of Economics

adesso basta

La prima cosa di cui Simone Perotti vuole parlare è il successo inaspettato del suo ultimo libro: “Adesso basta. Lasciare il lavoro e cambiare vita”, ed. Chiarelettere. Gli crediamo quando dice che secondo lui la chiave di tutto può essere nell’espressione ‘cambiare vita’. Sono evidentemente in tanti quelli della generazione dei quarantenni che si identificano con l’autore, che sono in cerca di cambiamenti radicali, o che semplicemente li sognano. E molti li sognano male.

L’intervento, durato più di un’ora davanti a un gruppo molto eterogeneo di studenti della LSE, inizia con l’inquadramento storico della generazione di cui fa parte Simone. La generazione dimenticata, tra “quelli del 68″ e “quelli dei mille euro”. Agli adolescenti mancavano gli ideali e le passioni degli anni 60, ideali e passioni che non importa siano giusti o sbagliati, condivisibili o meno, eterni o passeggeri, averli avuti (o non averli avuti) è ciò che fa la differenza. Crescevano vivendo ciò che i loro fratelli maggiori avevano guadagnato e teorizzato, senza dover fare nessuno sforzo per averlo, circondati dalle aspettative della società. Scuola, università, buoni voti, lavoro, soldi.

Dopo quasi vent’anni di esperienza lavorativa tra consultancy e advertisement, con una carriera invidiabile, arriva qualcosa, una sensazione strana. Di quelle che ti prendono nel modo più inatteso possibile. In coda in tangenziale fuori Roma, il caldo e la cravatta troppo stretta, in un giorno come mille altri, Simone si è guardato da fuori e non si è piaciuto per niente. Da quel momento incominciano i cambiamenti radicali che l’hanno portato a dedicarsi a ciò che gli piaceva veramente, la scrittura e le barche a vela, guadagnando poco e spendendo meno. Ma vivendo da uomo libero.

La sua analisi del sistema, dei grandi ideali, del significato di Libertà è affascinante. Il tono è critico-costruttivo verso tutti quelli che fanno parte del sistema, in primis se stesso e i suoi coetanei. Poi la politica, il mondo del lavoro, le idee dell’apparire e del circondarsi di oggetti. Senza mai sfociare nel qualunquismo.

Molto divertente ed esemplificativo il racconto dei “discorsi da Happy Hour”, l’ora d’aria dei tempi moderni. Quante volte capita di sentire le lamentele di quelli che dicono: “Non ce la faccio più, vado su un’isola deserta” e cose di questo genere. A ragionarci su, chi dice così è ormai un caso senza speranze. Non solo fa parte degli insoddisfatti, ma di un sottogruppo ancora peggiore, gli insoddisfatti che non sono più capaci di sognare. E allora la sparano grossa o, per esprimere meglio il concetto, dicono cazzate, non sapendo più cosa vorrebbero fare sul serio, prima di tornare alla solita routine quotidiana, quando l’ora d’aria finisce.

Il pubblico è stato entusiasta, e le domande sarebbero andate avanti ancora per ore.

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